Lipedema e allenamento: cosa ci dice davvero uno studio di sei settimane
“Muoversi fa bene” è vero, ma non basta
Quando si parla di lipedema, il consiglio di fare attività fisica arriva quasi sempre. È un’indicazione sensata, ma lascia senza risposta la parte più importante della questione.
Che cosa significa, concretamente, allenarsi con il lipedema? Quale tipo di lavoro può essere tollerato? Quanto dovrebbe durare? Come si stabilisce se sta producendo un risultato?
Per una donna che convive con dolore, pesantezza, affaticamento o difficoltà nel movimento, sentirsi dire semplicemente “devi muoverti di più” non è particolarmente utile. Il problema non è convincerla che il movimento sia importante. Il problema è trasformare un consiglio generico in una programmazione che abbia una dose, una progressione e criteri con cui valutarne gli effetti.
Uno studio pubblicato online nel 2025 e successivamente nel fascicolo 2026 di Phlebology ha provato a fare proprio questo: osservare cosa accade dopo sei settimane di esercizio multimodale supervisionato.
Il risultato merita attenzione, soprattutto perché è meno netto di quanto potrebbe sembrare leggendo soltanto le conclusioni.
Ventidue partecipanti e un programma molto concreto
Lo studio di Sakizli Erdal e colleghi ha coinvolto 22 donne con diagnosi di lipedema. Undici sono state inserite nel gruppo di esercizio e undici nel gruppo di controllo.
Il programma durava sei settimane, con due sedute supervisionate alla settimana. Ogni incontro comprendeva una fase di riscaldamento, una parte centrale e il defaticamento, per una durata complessiva di circa 40-50 minuti.
Il lavoro combinava attività aerobica e rinforzo muscolare. Una parte degli esercizi era rivolta ai muscoli dell’anca e agli estensori del ginocchio, utilizzando bande elastiche e un’intensità adattata allo sforzo percepito. Il protocollo registrato prevedeva tre serie da dieci ripetizioni per gli esercizi di rinforzo.
Il gruppo di controllo non veniva semplicemente lasciato senza indicazioni. Riceveva raccomandazioni sul lipedema e sul livello di attività fisica. Il confronto era quindi tra un percorso supervisionato e un intervento educativo, non tra esercizio e totale inattività.
Questa precisazione è importante perché rende la domanda dello studio più interessante: la supervisione e il programma strutturato producono qualcosa in più rispetto alle sole raccomandazioni?
Gli autori non hanno guardato soltanto le circonferenze
Un aspetto convincente dello studio è la scelta delle misure.
Sono state valutate le circonferenze degli arti e la percentuale locale di acqua tissutale, ma anche il dolore a riposo, durante l’attività e nelle ore notturne. La soglia del dolore alla pressione è stata misurata con un algometro.
La capacità di esercizio è stata osservata con il test del cammino di sei minuti. La forza dei muscoli dell’anca e del quadricipite è stata misurata con un dinamometro, mentre il sit-to-stand è servito per valutare la capacità di alzarsi ripetutamente da una posizione seduta. Gli autori hanno inoltre utilizzato la Lower Extremity Functional Scale per descrivere la funzione degli arti inferiori.
È una scelta che cambia la prospettiva.
Nel lipedema, peso e circonferenze attirano molta attenzione perché sono immediatamente visibili. Ma non raccontano, da soli, quanto una persona riesca a camminare, salire le scale, alzarsi da una sedia o sostenere una giornata fisicamente impegnativa.
Se la circonferenza rimane simile, ma aumentano forza, autonomia e tolleranza allo sforzo, non si può dire che il percorso sia stato inutile.
Il gruppo allenato è migliorato. Ma questa è solo metà della risposta
Dopo sei settimane, nel gruppo di esercizio sono stati osservati cambiamenti significativi in diversi indicatori legati al dolore, alla capacità di esercizio, alla forza, alla resistenza muscolare e alla funzionalità.
Fermandosi qui, la conclusione sembrerebbe semplice: il programma ha funzionato.
In uno studio controllato, però, non basta verificare se un gruppo migliora rispetto alla propria condizione iniziale. La domanda decisiva è se migliora più del gruppo con cui viene confrontato.
Su questo punto, i risultati sono stati meno conclusivi.
Nel confronto diretto tra gruppo di esercizio e gruppo di controllo non sono emerse differenze statisticamente significative. Gli autori hanno comunque osservato differenze clinicamente interessanti, con dimensioni dell’effetto da medie a grandi per alcuni risultati riguardanti volume degli arti, dolore, forza e funzione.
Questo passaggio non va né nascosto né semplificato.
Il risultato più interessante non è soltanto che il gruppo allenato sia migliorato. È che, con undici persone per gruppo, non possiamo ancora stabilire con sicurezza quanto del miglioramento sia attribuibile al programma e quanto possa dipendere dalla variabilità naturale, dall’attenzione ricevuta o da altri fattori.
L’assenza di significatività statistica non dimostra che l’esercizio non abbia avuto effetto. Allo stesso tempo, il miglioramento osservato all’interno del gruppo non dimostra da solo che il programma sia superiore alle raccomandazioni ricevute dal gruppo di controllo.
La risposta più corretta resta nel mezzo: lo studio ha individuato un segnale promettente, ma non una prova definitiva.
Un piccolo studio non è uno studio inutile
Ventidue partecipanti sono poche, soprattutto quando si misurano variabili influenzate da dolore, esperienza precedente, gravità dei sintomi, livello di attività e risposta individuale all’allenamento.
Con un campione ridotto aumenta la probabilità di non riuscire a dimostrare statisticamente una differenza che potrebbe comunque esistere. È ciò che viene spesso definito un problema di potenza statistica.
Questo non autorizza però a trasformare automaticamente ogni risultato non significativo in un beneficio “nascosto”. Le dimensioni dell’effetto possono aiutare a capire se esiste un segnale degno di ulteriori studi, ma non sostituiscono la necessità di sperimentazioni più ampie.
Il valore di questo lavoro sta soprattutto nell’aver testato un programma realistico e replicabile: due incontri alla settimana, esercizio aerobico, rinforzo e valutazioni funzionali.
Non ci consegna una scheda universale, ma offre una base concreta da cui partire.
La revisione sistematica conferma quanto siamo ancora all’inizio
La prudenza diventa ancora più necessaria guardando alla revisione sistematica pubblicata da Lanzi e colleghi.
Gli autori hanno cercato studi sull’allenamento nel lipedema in cinque importanti banche dati scientifiche. La ricerca iniziale aveva individuato 523 pubblicazioni, ma soltanto sei rispettavano i criteri di inclusione.
In totale, quei sei studi comprendevano 115 donne.
Il numero è sorprendentemente basso se confrontato con la frequenza con cui l’attività fisica viene raccomandata nella gestione del lipedema.
Nel complesso, la revisione rileva possibili miglioramenti del dolore e di altri sintomi, della qualità della vita, delle circonferenze o del volume degli arti e della prestazione funzionale. In alcuni lavori gli effetti apparivano maggiori quando l’allenamento veniva affiancato alla compressione già utilizzata dalle partecipanti.
Non emerge però un protocollo chiaramente superiore.
Gli studi differivano per durata, frequenza, tipo di esercizio, modalità di progressione, uso della compressione e strumenti di valutazione. I campioni erano piccoli e i risultati non erano sempre coerenti.
La revisione, quindi, non risponde alla domanda “qual è il miglior allenamento per il lipedema?”. Mostra piuttosto che non disponiamo ancora di dati sufficienti per dare una risposta unica.
“Basso impatto” non è ancora una prescrizione
Nella pratica viene spesso suggerita un’attività a basso impatto. Può essere una scelta ragionevole, soprattutto quando dolore, ridotta tolleranza allo sforzo o difficoltà articolari rendono necessario iniziare in modo graduale.
Ma “basso impatto” descrive soltanto una caratteristica dell’attività. Non dice nulla sulla dose, sull’intensità, sulla durata, sui recuperi o sulla progressione.
Una camminata, un esercizio in acqua, una pedalata o una seduta con resistenze leggere possono essere molto facili oppure impegnativi, a seconda di come vengono programmati.
L’impatto sulle articolazioni non coincide neppure con il carico fisiologico complessivo. Un’attività priva di salti può comunque essere troppo lunga o troppo intensa. Al contrario, un esercizio di forza ben controllato può essere tollerato meglio di una camminata prolungata.
La modalità conta, ma non può essere separata dalla risposta della persona.
Il risultato non dovrebbe essere misurato soltanto allo specchio
La ricerca sul lipedema mostra una tendenza utile: accanto alle misure antropometriche, iniziano a comparire test di forza, cammino e funzionalità.
Questo permette di porre domande più concrete.
La persona percorre più strada senza aumentare eccessivamente i sintomi? Riesce ad alzarsi con meno difficoltà? Ha più forza negli arti inferiori? Recupera meglio dopo una seduta? Ha ripreso attività che in precedenza evitava?
Sono risultati che possono avere un impatto reale sulla vita quotidiana, anche se il peso o la forma degli arti cambiano poco.
Concentrarsi esclusivamente sulla circonferenza rischia di rendere invisibili miglioramenti importanti. Allo stesso tempo, non bisogna presumere che ogni aumento della forza equivalga automaticamente a un miglioramento complessivo: dolore, pesantezza, recupero e aderenza devono continuare a essere osservati.
Cosa cambia nella programmazione
Questo studio non suggerisce di copiare lo stesso programma per tutte le persone con lipedema.
Suggerisce qualcosa di più utile: una programmazione dovrebbe partire da misure funzionali e non soltanto da impressioni generali.
Prima di stabilire il carico, è necessario capire quale sia la capacità iniziale. Durante il percorso va osservata non solo la risposta immediata, ma anche ciò che accade nelle ore successive. Un allenamento apparentemente ben tollerato può produrre un peggioramento rilevante il giorno dopo; al contrario, una fatica transitoria può essere del tutto compatibile con un adattamento normale.
Per questo la progressione non dovrebbe dipendere da regole rigide o dalla semplice assenza di dolore durante la seduta. Deve tenere conto della qualità del movimento, dello sforzo percepito, dei sintomi, del recupero e dei miglioramenti nei test ripetuti nel tempo.
La domanda non è se il carico sia buono o cattivo in assoluto. La domanda è quale carico sia adatto oggi e quale potrà essere tollerato domani.
Il ruolo di AFitness
Nel percorso AFitness, il lavoro sul lipedema riguarda la valutazione motoria e la programmazione dell’esercizio. Non riguarda la diagnosi né la sostituzione dei trattamenti medici, fisioterapici, compressivi, nutrizionali o psicologici eventualmente necessari.
Il contributo del professionista dell’esercizio consiste nel tradurre obiettivi generici come “muovermi di più” in capacità osservabili: camminare meglio, aumentare la forza, tollerare un volume di lavoro maggiore, recuperare in modo più prevedibile e affrontare con maggiore autonomia le attività quotidiane.
Questo richiede una valutazione iniziale, una progressione individuale e rivalutazioni periodiche. Richiede anche la disponibilità a modificare il programma quando la risposta non è quella prevista.
Non esiste un esercizio che, da solo, “cura” il lipedema. Esiste però la possibilità di costruire un corpo più capace, senza ignorare la condizione e senza considerare la persona fragile per definizione.
La domanda che la ricerca lascia aperta
Il trial di sei settimane e la revisione sistematica non ci consegnano una formula definitiva. Ci obbligano però a superare un consiglio troppo vago.
Se continuiamo a dire soltanto “fai attività fisica”, come possiamo capire se la dose è adeguata e se il percorso sta funzionando?
Forse il passo successivo non è trovare l’esercizio perfetto, ma iniziare a misurare meglio ciò che conta: forza, funzione, tolleranza allo sforzo, sintomi e continuità.
Conclusione
Lo studio di Sakizli Erdal e colleghi mostra che sei settimane di esercizio aerobico e di rinforzo possono accompagnarsi a cambiamenti interessanti nel dolore e nella funzione.
Non dimostra, però, che quel protocollo sia superiore in modo certo alle sole raccomandazioni, né che possa essere applicato indistintamente a tutte le donne con lipedema.
La revisione sistematica più recente conferma che il campo è promettente, ma ancora costruito su pochi studi e campioni ridotti.
La conclusione più utile non è “l’esercizio funziona” e neppure “non ci sono prove”.
È più precisa: esistono segnali abbastanza interessanti da giustificare programmi strutturati e nuove ricerche, ma non ancora abbastanza solidi da autorizzare prescrizioni universali.
Nel frattempo, la scelta più onesta è valutare la persona, programmare con gradualità e misurare ciò che cambia davvero.
Questo contenuto ha finalità divulgative e non sostituisce diagnosi, valutazioni o trattamenti sanitari. Il programma di esercizio deve essere adattato alle condizioni individuali e, quando necessario, coordinato con i professionisti sanitari di riferimento.
Dal consiglio generico a un percorso misurabile
Con AFitness puoi partire da una valutazione delle capacità funzionali e costruire un programma progressivo, adattato alla tua condizione e monitorato nel tempo.
Bibliografia
- Sakizli Erdal E, Ergin C, Haspolat M, Erturk B, Keser I. Effects of multimodal exercise program on edema, pain, exercise capacity, lower extremity muscle strength and function in patients with lipedema. Phlebology. 2026;41(1):47-57. Pubblicato online il 15 maggio 2025. DOI: 10.1177/02683555251343148. PubMed; Rivista; Registro dello studio.
- Lanzi S, Porceddu E, Pousaz A, Jaques C, Mazzolai L. Exercise training in women with lipedema – A systematic review. Vasa. Pubblicato online il 17 novembre 2025. DOI: 10.1024/0301-1526/a001250. PubMed; Rivista.
- Annunziata G, Paoli A, Manzi V, et al. The Role of Physical Exercise as a Therapeutic Tool to Improve Lipedema: A Consensus Statement from the Italian Society of Motor and Sports Sciences and the Italian Society of Phlebology. Current Obesity Reports. 2024;13(4):667-679. DOI: 10.1007/s13679-024-00579-8. PubMed; Testo completo.